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Proseia

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Il Rivelazionismo Poetico
(inteso come nuova corrente letteraria)


Il termine “rivelazionismo”, dal quale trae origine questo pensiero, è seguito dalla parola “poetico”, ed intende, sin da subito, distaccarsi da ogni forma di eventuale omonimia, anche già preesistente, di correnti che esulano dalla poetica, e quindi dalla poesia.
A questo scopo intendo esprimere, con due semplici parole, ovviando ad una più povera frustazione da etichetta, un modo di essere, di vivere, concependo poesia, e che auspico possa essere una piccola goccia nell’inflazionato mondo delle correnti letterarie diventando, nella sua umiltà, modestia e, soprattutto, nella sua povertà di princìpi accademici letterari, un modello per altri che, come me, amando la poesia, la pongono al di sopra di se stessi realizzandola come massimo ideale nell’oceano della vita.
Ideale è anche “un vivere per” che deve, sempre, prendere in considerazione la non desiderata lotta, il sacrificio, spesso il dolore, reagendo, in nome della pace, con la non violenza, contro ogni forma di abuso, che vari sistemi di potere utilizzano per contrastare ciò che comporta poesia. Insegnamenti provenienti da nobili anime e, certamente, di non facile attuazione, ma che sono alla base del vivere inteso non come respiro d’un essere, ma come l’essere un tutt’uno coi respiri per raggiungere la vera libertà.
Un viaggio che, tra le tante stazioni, trova importanti fermate nello spazio della metafisica e nel fecondo mondo della realtà. È necessario, quindi, avvalendomi di una semplice metafora, l’intreccio d’ogni luogo con una poetica, qui simboleggiata da una perla, che sigilli ermeticamente l’entrata-uscita-entrata e viceversa, e che stabilisca con un luogo, per me amorfo, la linea di confine che sarebbe spiacevole travalicare.
Intendo la terra del nichilismo che, facilmente, in certi vissuti, può calpestare la radice della poesia stessa, lasciando un senso di vuoto per l’infinito e di nulla per il finito. Fino a rinnegare se stessi e il proprio concepito.
Poesia invece è.
E lo è, per me, quando l’arte delle arti è forgiata da inesauribile passione e dal canto d’amore e di dolore, di vita e di morte, in una sequenza ritmica e universale, senza inizio e senza fine, senza spazio e senza tempo.
Quando, sotto forma di essenza, evapora dalla radice dei silenzi, evadendo attraverso ogni senso, anche quelli a noi più sconosciuti; talvolta quando si marchia su una fibra d’albero, che riesce a creare quella che io intendo come “scossa d’animo”.
Che da quel momento ode ed evolve.
Senza un’apparente logica e imbevuta di estrema confusione grammaticale, suoni, pietre e colori, è lì, soprattutto, che si riuniscono, oltre ai folli e ai mercanti, tutti i profeti dei tempi.

Come in una fusione di pregiati, alcuni tratti di correnti letterarie passate e presenti (senza rinnegarle o condividerle in toto) potrebbero, quindi, modellarsi in un’identità poetica evolutiva che possegga, nel suo dna, gli aspetti positivi per l’essere. Come la genetica, dacché la poesia, volendo lavorare non solo di parole e senza mai peccare di presunzione, è metaforicamente composta da geni e cromosomi.
Il rivelazionismo poetico, come un flusso indefinito, eleva l’uomo al cospetto di uomo-animale-essere dopo averlo elevato al cospetto di spazio-intelligibile-vero e viceversa.
In una sequenza anche non armonica, probabilmente incostante e decadente verso lo stadio del naturale, s’interpone tra le realtà come realtà. Questa infatti è da intendere come prima sorella carnale d’ogni essere vivente e, quindi, va innanzitutto amata.
Predilige, tra i suoi fini, il gusto per la ricerca, mai ostinata, della verità, proteggendola e lottando per la sua libera espressione.
Volendo tratteggiare un profilo, che possa indossare degnamente quella perla, oserei dipingerlo con orizzonti celesti, quando il sole e la luna, con tutte le stelle, fanno all’amore, aspettando l’alba per questa creatura, figlia di terra e cielo. Essa, simbolicamente, la si può concepire con pelle mistica e vene romantiche, nelle quali pulsa sangue rinascimentale tra umori barocchi.
Sulle spalle, la separazione dei “nei” segnati da sacro-profano da quelli incisi dalla trilogia del suo primo principio: ideale-fede-libertà.
Un distacco ragionato e, ad ogni modo, sempre rispettoso del singolo, inteso come padre di pensiero e d’idea, in primis.
Un’anima simbolo che incida, ovunque sia, la propria immagine e le sue ragioni-devianze, senza mai danneggiare alcuno, ed anzi, cercando di favorire la propensione a progetti comuni di rilevante importanza: la crescita personale, ad esempio, vissuta come tassello fondamentale per il nostro tempo, affinché possa, anch’esso, essere il velo d’una leggenda epocale, la nostra, e che possa, di conseguenza, degnamente equipararsi a quelle precedenti, avendo come unico scopo il vestito finale del tempo, auspicando che possa terminare con nobiltà d’animo, dove risiede la storia.
Una lingua moderna, capace d’interpretrare il suono d’ogni lettera per difendere la propria parola e quella dei più deboli.
Due gambe possenti, capaci di percorrere agilmente gli eventuali viali della solitudine.
Tre orecchie sensibili, aperti all’ascolto e non chiusi in sé.
Tre mani decise, prime fibre della voce interiore.
Due occhi elevati alla seconda potenza: affinché aiutino mani e orecchie, siano sensibili alla visione, presenti ad ogni essere presenza, fiduciosi nella scienza. Quest’ultima, se seguita con tatto e intelligenza, sarà l’aiuto terreno per la sopravvivenza iniziale e per la maturità saggia della creatura.
Una mente pronta alle conseguenze dell’atto vitale della creazione, eros-pathos-thanatos, viva e distinta nella fantasia, e reattiva, con positività, ad ogni disillusione. E soprattutto dubbiosa, affinché possa meglio favorire la propria evoluzione con le sue leggi.
Un “realismo cerebrale audace” per il quotidiano umano che, purtroppo, ad occhi vigili, potrebbe apparire come un “campo di teatro”; luogo in grado di appannare anche il controllo dei nervi più saldi e che, invece, dev’essere vissuto umanamente e scevro da imposte maschere, per contrastare con efficacia anche i più fervidi inganni e, soprattutto, la mediocrità che viene forzatamente imposta all’odierna società.
Un realismo cerebrale che non dev’essere, in alcun modo, frainteso col più lontano pessimismo, ma che, al contrario, trae le sue origini da un marcato positivismo.
Bisogna infatti constatare che basterebbe, da solo, a tenere in vita il motore principale: un cuore, amante dell’intelletto, ad iniezione istintiva e a trazione morale, che ama la vita ed il mondo.
Una coscienza che pesi con leggerezza l’anima, per non sovraccaricarla di tracciati millenari imposti, nel suo elaborato cammino, dall’antro di molte dottrine in cui brulica, da sempre, la controversia sulla colpa e sul peccato, dando la giusta lettura ai tempi da noi non vissuti e al tempo che oggi saggiamo.
La presa in considerazione delle stesse, allontanandosi dal relativismo, e la personale reazione morale, forse, sono il fondamento per un cammino migliore.
Il rispetto per tutte le religioni, che dovrebbero mirare all’universalità del medesimo scopo: raggiungere l’infinita luce nel sorriso dell’anima-pensiero. Una coscienza che, al di là del proprio credo, elevi la Scrittura, madre d’ogni poesia.
Una voce, infine, che fino all’ultimo sorriso deve, con filosofia e lotta, amare la verità in ogni sua espressione e crescere nella ferma volontà di una giustizia, anche terrena, e contrastare l’ingiustizia alimentata dal suo primo bisogno, nella sua essenza più pura: la poesia.
Per potersi congiungere ad essa, infine, come un solo respiro dell’Universo.
Ed essere finalmente luce di Luce.




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